EPISTOLE A LUCILIO

Si tratta di una raccolta di lettere scritte dopo il ritiro dalla vita politica (dal 62 al 65). Sono rimaste 124 lettere, indirizzate a Lucilio Iuniore, un amico di rango equestre (nel 63/64 procuratore in Sicilia), con interessi letterari e filosofici.

Seneca assume l'atteggiamento del consigliere e del maestro e si presenta come dedito ormai esclusivamente allo studio e ad un processi di autoeducazione. Dice anche di scrivere per i posteri.

Sono epistole letterarie, con il preciso scopo di essere pubblicate, a differenza dell'epistolario di Cicerone.

Ciò non significa che siano fittizie.

Il punti di riferimento principale è Epicuro, che aveva usato le lettere filosofiche agli amici.

Seneca tiene a sottolineare la differenza con Cicerone: quelli erano argomenti futili, egli invece si interessa della virtù e della sapienza.

Spunti: dalla vita quotidiana: le occasioni della vita vengono trasformate in motivi di riflessione:

* soggiorno a Baia: luogo di lusso

* traversata da Napoli a Pozzuoli: cfr. fra malattie del corpo e dell'anima

* visita alla villa di Scipione: semplicità di fronte alla odierna corruzione

Tono espositivo: procedimento libero, colloquiale, cioè del sermo familiaris: i verba devono essere subordinati alle res: non delectent verba nostra sed prosint.

Assenza di sistematicità, sia nelle singole lettere sia nella disposizione della raccolta.

Unico filo conduttore: i progressi morali di Lucilio. Le ultime lettere sono dei veri trattati.

Il progresso di Lucilio coincide con la scelta dell'otium. Egli si presenta come uno che quella scelta l'ha fatta troppo tardi. Ora ha capito che solo nella sapienta risiedono la vera gioia e i veri valori. La sapienza si può raggiungere solo con la lotta contro le passioni e i desideri irrazionali.

Seneca fa professione di lealismo nei confronti del potere, ma non nomina mai Nerone, parla della sua vita, del padre, della moglie Paolina, di come trascorre le giornate, soprattutto si presenta alla ricerca del vero bene: la virtù. Afferma di evitare più possibile la folla.

Aderisce allo stoicismo, ma non esita a criticarne alcuni aspetti, cita spesso anche Epicuro (otium). La verità è proprietà comune: quod verum est meum est.

Temi dominanti sono anche il tempo e la morte: non conta quanto ma come si vive.

STILE DELLA PROSA SENECANA

Si tratta di un dialogo appassionato, con l'intento non solo di persuadere l'interlocutore ma anche di coinvolgerlo emotivamemte.

Ha una diversa visione dello stile filosofico: ad esso si addicono tutti gli strumenti della retorica: docere, delectare ed anche movere. Avverte l'esigenza di una perfetta corrispondenza fra ciò che si sente e ciò che si dice: quod sentimus loquamur, quod loquimur sentiamus: concordet sermo cum vita.

Il suo stile si può definire asiano: concettoso, pregnante, ricco di figure, di sententiae, di frasi ad effetto.

Prevale la paratassi e l'asindeto, che lascia spesso impliciti i nessi logici, conferendo stringatezza, tensione e vigore al discorso.

Fa largo uso dei procedimenti della concinnitas: antitesi, omeoteleuto, anafora...

Famose sono molte sentenze.

Quintiliano: sententiae minutissimae. Caligola: arena sine calce